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Partigiani. Uomini e donne che hanno lottato per la libertà e la democrazia

25/04/2010 - 23/05/2010

Luogo: Trento - Torre Mirana

via Belenzani, 3
38122 Trento

Orario: da martedì a domenica, ore 15-19. Chiuso il lunedì e il 1° maggio. Apertura a richiesta per le scuole

L'Associazione Museo storico in Trento, con il patrocinio della Fondazione Museo storico del Trentino, del Comune di Trento, dell'A.N.P.I. - Comitato provinciale Trentino, dell'Associazione RedFrame, presentano la mostra fotografica di Giulio Malfer

PARTIGIANI
UOMINI E DONNE CHE HANNO LOTTATO PER LA LIBERTA' E LA DEMOCRAZIA

La mostra è frutto di un progetto del fotografo Giulio Malfer che ha intervistato e fotografato, nell’arco di un anno e mezzo, più di 150 partigiani in Trentino e nel resto d’Italia. Il percorso consite nell’esposizione di una selezione di foto di 30 dei 150 partigiani ritratti, accompagnata da estratti di interviste da loro rilasciate.
È prevista una postazione audio attraverso la quale potrà essere ascolta la viva voce dei testimoni.
La mostra è accompagnata da un catalogo nel quale sono presenti tutti i testimoni, introdotto da Mario Cossali e da un testo di Erri De Luca.

La verità dei volti. Sguardi partigiani
di Mario Cossali

«Questi volti, questi sguardi rappresentano la biografia dell’Italia resistente, di quell’Italia che è uscita dalla zona grigia e che con la propria lotta ha voluto liberare la patria dall’occupazione straniera e dalla dittatura fascista.
Dietro a questi volti, dietro a questi occhi tanti altri volti, tanti altri nomi, troppi di loro purtroppo uccisi. Per darci la libertà, la democrazia, la costituzione.
“Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione.” Questa è la conclusione del discorso pronunciato il 26 gennaio 1955 da Piero Calamandrei nel salone degli Affreschi della Società Umanitaria a Milano per l’inaugurazione di un ciclo di conferenze sulla costituzione italiana organizzato per l’appunto da un gruppo di studenti universitari e medi.
Queste parole sembrano ripeterci con immutato vigore, nonostante le difficoltà e le delusioni che la vita di tutti contiene e che ha contenuto anche la vita sociale del nostro Paese dal dopoguerra ad oggi e tanto più oggi, i primi piani delle partigiane e dei partigiani ritratti dall’obiettivo empatico di Giulio Malfer. Un obiettivo che scava e rivela, che toglie il velo del non detto e che restituisce dignità sacrale alle persone incontrate.
Il partigiano è colui che ha preso parte. “La guerra di parte, dice un uffiziale che si è distinto nelle guerre di Spagna, è la più antica, la più naturale, e la sola che sia sempre giusta. Essa è quella del debole contro il forte: essa non può farsi senza il concorso e l’approvazione di tutta una nazione: essa dipende dalla opinione generale, non dalla volontà di un tiranno, o d’un conquistatore. Questa guerra non può avere altro scopo che di respingere un’invasione, e di sottrarre lo stato, la nazione, il principe da un giogo straniero. Quando anche fosse menata innanzi con barbarie, alcuno non avrebbe il diritto di dolersene, poiché l’inimico potrebbe sempre ritirarsi con la sicurezza di non esser perseguitato nel proprio paese.” Sono riflessioni antiche, pubblicate a Napoli dopo la rivoluzione del 1820, ma riescono in parte a spiegare il rapporto tra il partigiano e il popolo, tra lotta partigiana e lotta di liberazione nazionale, che viene spesso troppo superficialmente colto.
Il partigiano parla anche oggi un linguaggio comprensibile, perché non si è limitato a lottare per cacciare l’occupante straniero, sconfiggendo contemporaneamente il regime fascista, ma anche per costruire una società più giusta, più libera, più solidale, che non può mai essere considerata fuori pericolo. Se la costituzione è nata sui monti della resistenza, allora è chiaro che la difesa della costituzione, la sua coerente e quotidiana applicazione ha bisogno di un continuo riferimento all’esperienza e ai valori propri della resistenza stessa.
Interroghiamo questi volti e questi sguardi per capire, per sapere, sono come testi preziosi da consultare per trovare la strada nell’oscurità della foresta nella quale ci tocca vivere.
Nei volti leggiamo una verità che va oltre le parole, più vera delle parole e con questo specchio che riflette potenti flussi di luce ci inoltriamo sui sentieri spesso interrotti del paesaggio contemporaneo».

Una mappa geografica
di Erri de Luca

«Nel 1900 le masse umane si sono riscattate dalle oppressioni in due modi: con le emigrazioni e con le rivoluzioni. Il 1900 è stata epoca di lotte armate contro le dittature, le potenze imperiali e coloniali,
le monarchie assolute. Uomini e donne volontariamente hanno intrapreso la via delle armi e si sono battuti a oltranza, con varia fortuna. Alcuni sono diventati capi di governo, stimati nel mondo, per esempio Nelson Mandela che impugnò armi e guidò insorti. Altri, sconfitti, sono stati trattati da banditi dai poteri in carica e dalle versioni ufficiali. Qui ci sono facce di presidenti e di “achtung banditen”, coprono tutto l’arco dei destini, da Sandro Pertini a Sante Notarnicola.
Sono le ultime vive della lotta armata partigiana, pergamene scritte dal fuoco dei bivacchi, dal gelo delle notti d’inverno in montagna, rughe incise su pelle giovane dalla rissa tra varie paure e un solo coraggio.
I nostri partigiani non vinsero da soli, come fecero quelli jugoslavi. Vinsero con la spinta e l’aiuto di popoli pratici di guerra, russi e nordamericani. I combattenti della guerra civile spagnola, i repubblicani, persero e finirono la vita sul campo, in prigione o da banditi all’estero.
La vittoria, come la sconfitta, è infine un dettaglio.
Di queste facce resta integro invece l’onore di aver preso le armi in pochi, clandestini, in schiacciante inferiorità numerica, in povertà di mezzi. Non aspettarono la fine militare dei fascismi, vollero avere parte, diritto, ricordo nella disfatta. Offrirono così esempio di altra Italia, ancora sconosciuta a se stessa, sulla quale fondarne una nuova. Ne scrissero la costituzione dopo essersi sbarazzati della meschina casa regnante, servile al fascismo e alla sua guerra a fianco dei peggiori boia dell’umanità. Queste facce calate in città nella primavera del ’45, armi in pugno, fondarono la repubblica
e tentarono la prima democrazia. Alcuni proseguirono la lotta armata, ancora qualche tempo, poi smisero anche loro. Però conservarono le armi, ben oliate e ingrassate, in nascondigli.
Ce ne devono essere ancora, così come ancora ogni tanto affiorano bombe inesplose, da uno scavo, da uno sterro.
Queste facce sono quanto di meglio ha prodotto il 1900 in fatto di fisionomie. Insieme a quelle anonime e perdute dei nostri emigranti sono la mappa geografica della resistenza umana alle oppressioni».

Immagini
Locandina mostra

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torna a inizio pagina Aggiornato il: 20/04/2010 10:23